IL VALORE DI UNA STUPIDA PREPOSIZIONE

IL VALORE DI UNA STUPIDA PREPOSIZIONE

In russo, per i mezzi di trasporto, non si usa la preposizione "in" come in italiano ("in treno") ma "na", che significa "su" ("sul treno").

Spesso prendo in giro i miei studenti chiedendo loro se quando viaggiano "sull’aereo" stanno per caso appollaiati sulle ali. Loro fanno altrettanto con me, domandandomi se quando volo "in aereo" volteggio allegramente tra hostess e sedili. Vaglielo a spiegare, te, a un russo, quanto conti una preposizione in italiano...

Di ritorno da Suzdal, dalla vicina stazione di Vladimir, avevo preso un convoglio veloce, una via di mezzo della classica ed iper-eterna "elektrìchka" (traducibile in italiano come "trenino elettrico") ed il nuovo e ultra-rapido "sapsàn" ("falco pellegrino"), pigliato invece all’andata. Dove, per circa 30 Euri, avevo potuto poggiare sì le chiappe su un sedile imbottito, ma inscatolato tra 3 assonnatissimi uomini d'affari.

IL VALORE DI UNA STUPIDA PREPOSIZIONE

Verso casa, invece, m’avevan piazzato su un treno in arrivo da Perm e dotato del classico "platskàrt", una specie di funzionalissima terza classe d'altri tempi che consiste d’un vagone intero aperto ed infarcito di letti. Diciamo una dignitosissima stalla umana su rotaia in cui da secoli i russi viaggiano, vivono, dormono, socializzano, fanno pic-nic di gruppo tra dozzine di uova sode, aghi d’aneto fresco, bicchierate di vodka o cascate di tè fumante. Il tutto durante le centinaia o migliaia di kilometri che li separano dalle loro rispettive destinazioni.

Io di strada ne avevo davvero ben poca da fare e, rinunciando a lenzuola e cuscino, avevo avuto a mia disposizione un bel sedile lungo e tutto per me. Considerando che mi era costato pure 8 Euri, direi che il confronto con il saettante "falco" non era nemmeno necessario. È vero, di fianco avevo un tizio di nero vestito il cui muso depresso faceva pensare a qualche imminente atto vandalico o terroristico. È vero, davanti avevo una signora pensierosa appena salita che s’era messa a piangere mestamente per un fiore abbandonato trovato sul suo sedile. È vero, più avanti, da sotto un cumulo di lenzuola e coperte appallottolate, i grugniti di un probabile essere umano addormentato coprivano lo sferragliare del treno appena partito. È vero, io ero nel vagone 16 e quello ristorante indietro fino al 3. Ma, chissenefregava?! L'esperienza di uno schietto treno russo era irripetibile per un italiano moderno come me, ed avevo ben 3 ore di tempo per godermela.

IL VALORE DI UNA STUPIDA PREPOSIZIONE

Da intellettuale che mi credo d’essere, mi ero trascinato dunque verso il vagone ristorante con la meravigliosa biografia dell’artista "De Kooning" sottobraccio. Durante il percorso avevo avuto modo di imbattermi in qualche colorito esemplare che popola i treni russi, una fauna da cui Tolkien deve per forza avere attinto per il suo "Mattone Degli Anelli": una famiglia che tra i sedili coccolava un minifrugolo sicuramente partorito tra Perm e Vladimir, una baffuta e sghemba controllora che aspirava avida un cannone proprio sotto al cartello "proibito fumare", un muscoloso rasta di 2 metri tatuato ovunque che vagava in mutande e piedi nudi con in una mano un bottiglione di birra da litro ed un cellulare nell’altra... Ma alla fine ce l’avevo fatta: il vagone ristorante, che ormai temevo fosse solo una vaga chimera, c’era davvero. Ed era vuotissimo! "Almeno qui, nessuna creatura straordinaria mi disturberà…", avevo pensato mentre sfoderavo la biografia e la stendevo sul velluto blu del tavolino, di fianco a un vasetto di fiori rosa e le tendine arancioni. Dopo pochi istanti, era apparsa la "Dama" del vagone, signora indiscussa di questo reame a rotaie, una sessantenne con, sotto, un grembiulone nero che sembrava un accappatoio arrotolato e sopra una maglietta in pizzo bianco pericolosamente smanicata, talmente trasparente da lasciar intravedere un malinconico ed afflosciato reggiseno. Dietro di lei, a seguirla come un cane-calamita, un signore d’età indistinta con i capelli neri leccati e separati da un’impeccabile riga in mezzo. A fare pendant, una maglietta marrone anche lei a righe tipo carcerato, pantaloni di una tuta Adidas di 2 taglie in meno, ciabatte da spiaggia di plastica blu e, quasi a rimediare in extremis, un cartellino plastificato appiccicato al petto con su scritto: "Personale di bordo". Il tizio, taciturno quanto gentilissimo ed efficiente, sembrava comunicare con la sua maitresse in un misterioso modo telepatico.

IL VALORE DI UNA STUPIDA PREPOSIZIONE

Io comunque ero sereno, seduto soave su uno di quei meravigliosi divanetti liberi, perso con lo sguardo che vagava dal libro denso a quel paesaggio mistico che scorreva veloce fuori, dove il sole scherzava matto tra strati infiniti di betulle, betulle e ancora betulle.

Ma ecco che t’arriva la gentildonna con in mano un blocchetto di post-it gialli, il suo personalissimo modo di prendere gli ordini: scarabocchia, stacca e sparisce dietro al bancone. Poco dopo arriva lui, l’uomo silente, con in mano il tè caldo, servito, come sempre, in quei bicchieri multifaccia avvinghiati nei classici contenitori di metallo sovietici che solo a vederli ti viene voglia di esserci nato, nella U.R.S.S. Soprattutto se non sei mai stato russo in vita tua.

Se ne va, lasciandomi perso nei pensieri. Come spesso mi succede, mi smarrisco allontanandomi dal libro, che inizio invece incoscientemente a pasticciare. È un nuovo commensale a svegliarmi, anche se si siede sugli sgabelli vicino al bancone, dandomi la schiena. Ordina borsh e composta arancione, certamente sorprendendomi perché, dati stazza, tatuaggio che spunta sul dorso della mano, rasata da attaccabrighe e bomber scuro, mi sarei aspettato che il duro avesse chiesto per lo meno un 2/300 grammi di vodka gelata. La situazione comunque è curiosa e lascio perder definitivamente De Kooning per spiare e ascoltare quel che posso, visto che la signora ed il tomo, tra una cucchiaiata e l’altra, intavolano una conversazione fitta e sussurrata che colgo solo a tratti.

Ad un certo punto, però, capisco chiaramente che lei, intrigata quanto me, gli chiede che lavoro fa. Il mastino ha un attimo d’esitazione. Si asciuga il muso con la manica del bomber. Appoggia il piatto ancora rosso. Si paralizza. Per un attimo eterno non dice niente, come stesse pensando se fosse giusto o no andar avanti. Infine prosegue: con solo un gesto veloce della mano scosta il bomber scuro dalla schiena, poco sopra il culo. Sotto, emerge una fondina nera con dentro una pistola ancor più nera.

Trattengo il respiro, rimango con il bicchiere in una mano e con l’altra sul librone della biografia, quasi stessi cercando disperatamente una Bibbia. Il tutto mentre invece la signora esclama un signorile "Ah..." A cui segue una domanda altrettanto serena: "Sei un militare?" Lui fa segno con la testa e la mano che "più o meno". Poi si rimette a sorbire il borsh, stavolta senza cucchiaio ma direttamente dalla tazza, che ingolla in una sola sorsata finale.

Ripulitosi di nuovo, si alza, paga e se ne va. Lo stesso faccio io, ancora scioccato, ché tra tè, creature mitiche, biografie non lette e pistoleri ferroviari, è già arrivata la mia ora di scendere.

Ritorno al mio vagone, riattraversando flora e fauna del platskàrt.

Vicino al mio posto, il depresso s’è steso e dorme, speriamo un po’ più quieto. Anche la signora salita a Vladimir s’è insaccata tra le lenzuola, nonostante il sole che splende fuori e la palla di coperte che continua a pulsare e russare un po’ più in là.

A me invece non resta che smontare, quasi aprissi una terza matrioska: toccava Mosca, dopo il viaggio a Suzdal, dopo il viaggio del platskàrt in treno.

Sì, ebbene sì, non SU un treno, ma un viaggio proprio DENTRO al treno, IN treno.

Vaglielo a spiegare, te, a un russo, il valore di una stupida preposizione...